America, “nazione di immigrati”? Una destra americana rimette in discussione il mito fondativo
Negli Stati Uniti esistono poche formule più ripetute e apparentemente intoccabili di questa: “America is a nation of immigrants”. È una frase che attraversa discorsi politici, manuali scolastici, celebrazioni civili. Eppure una parte crescente della destra americana ha cominciato a contestarla apertamente, non solo sul piano politico ma soprattutto su quello storico e culturale.
È ciò che fa John Daniel Davidson in un duro editoriale pubblicato da The Federalist. Il punto di partenza è una proposta avanzata dalla deputata repubblicana Nancy Mace: impedire ai cittadini americani nati all’estero di ricoprire incarichi federali di primo piano, dal Congresso alla magistratura federale. Una misura destinata quasi certamente a fallire, ma che per Davidson ha il merito di riportare alla luce una domanda più profonda: che cos’è davvero l’America?
La tesi dell’autore è radicale. Gli Stati Uniti, sostiene, non sarebbero affatto nati come “nazione di immigrati”, ma come comunità di coloni britannici che trasferirono nel Nuovo Mondo la propria cultura, la propria religione e la propria idea di società. Davidson insiste molto su questa distinzione: i Padri fondatori non si consideravano immigrati nel senso moderno del termine, ma “settlers”, cioè fondatori di una nuova continuità politica e civile.
Dietro questa disputa terminologica c’è in realtà qualcosa di molto più grande. Davidson polemizza infatti contro l’idea, oggi molto diffusa anche in ambienti conservatori moderati, secondo cui l’identità americana sarebbe fondata unicamente sull’adesione a principi astratti: libertà individuale, diritti naturali, uguaglianza davanti alla legge. È la concezione dell’America come “creedal nation”, una nazione definita da un credo politico più che da una storia comune.
Secondo Davidson, questa visione avrebbe progressivamente dissolto l’idea stessa di popolo americano. Se basta aderire formalmente a certi principi e ottenere la cittadinanza, allora — osserva provocatoriamente — un immigrato appena naturalizzato sarebbe “americano” esattamente quanto una famiglia presente sul territorio dal XVII secolo. Una conclusione che l’autore considera assurda, ma che, a suo giudizio, il linguaggio politico contemporaneo impedirebbe quasi di contestare senza essere accusati di razzismo o nazionalismo etnico.
Per questo il testo prova a spostare il discorso su un altro terreno: quello culturale e religioso. Davidson sostiene infatti che alla base dell’identità americana non vi sarebbe soltanto l’Illuminismo politico, ma soprattutto una matrice cristiana e anglosassone. Persino principi apparentemente universali come “tutti gli uomini sono creati uguali” deriverebbero, secondo lui, da una precisa cosmologia cristiana.
Il tema decisivo diventa così quello dell’assimilazione. Per Davidson, entrare davvero nella comunità americana significa adottarne integralmente cultura, abitudini, visione morale e patrimonio storico. E proprio qui, sostiene, l’immigrazione contemporanea avrebbe prodotto una frattura crescente: molti immigrati non desidererebbero più assimilarsi completamente, ma mantenere identità separate dentro una società ormai frammentata.
Non sorprende allora che l’editoriale utilizzi figure come Ilhan Omar o Pramila Jayapal come simboli di questa trasformazione. Per l’autore non rappresentano semplicemente avversarie politiche progressiste, ma il segno di un’America che starebbe perdendo la propria continuità culturale originaria.
Al di là delle conclusioni — che molti giudicheranno estreme — il testo è interessante perché mostra con chiarezza un cambiamento ideologico in corso nella destra americana contemporanea. Non si tratta più soltanto di chiedere controlli più severi sull’immigrazione. Qui viene messo in discussione direttamente il racconto nazionale su cui gli Stati Uniti hanno costruito per decenni la propria immagine pubblica: quella di una società definita soprattutto dall’inclusione e dall’integrazione.
Nel momento in cui gli Stati Uniti si avvicinano al duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, il conflitto non riguarda quindi soltanto le frontiere o la cittadinanza, ma il significato stesso della parola “americano”.
Fonte: The Federalist – “America Is A Nation Of Settlers, Not Immigrants” di John Daniel Davidson (22 maggio 2026)
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