Dalla “risposta proporzionata” alla forza immediata: la nuova strategia americana nel Golfo
Nel suo intervento sul Corriere della Sera, Federico Rampini propone una lettura della crisi nel Golfo che va oltre la cronaca politica contingente. Riprendendo un’analisi di Mike Lyons pubblicata sul Wall Street Journal, il punto centrale non è la figura di Donald Trump, ma una possibile svolta strutturale nella dottrina militare americana.
Secondo questa interpretazione, la guerra contro l’Iran segna l’abbandono di una logica consolidata per decenni: quella della “gestione dell’escalation”, basata su risposte graduali e proporzionate pensate per evitare un’escalation incontrollata. Al suo posto emergerebbe un approccio opposto: l’uso immediato di una forza schiacciante fin dall’inizio del conflitto, con l’obiettivo di fissare subito un limite invalicabile per l’avversario.
L’operazione iniziale — descritta come una serie massiccia di attacchi concentrati in poche ore — avrebbe proprio questa funzione: impedire all’Iran di modulare la risposta secondo la logica del “colpo su colpo” tipica della deterrenza classica. In questo modo, gli Stati Uniti imporrebbero un “tetto strategico” che Teheran non è in grado di superare.
Ma il punto più interessante, secondo l’analisi di Mike Lyons ripresa da Rampini, è che questa forza non viene esercitata senza calcolo politico. Le infrastrutture civili fondamentali — energia, acqua, export petrolifero — sono state in gran parte risparmiate. Non si tratta solo di una scelta umanitaria:è una mossa strategica. Lasciare intatte queste risorse significa trasformarle in leva negoziale, offrendo al regime iraniano una via d’uscita che non equivalga a una resa totale. In termini più profondi, è la costruzione di un possibile compromesso: indebolire il potere senza distruggere completamente lo Stato.
Nel frattempo, il conflitto si è spostato su un piano sempre più geoeconomico. Al posto delle operazioni militari dirette domina una logica di assedio: blocchi navali, pressione sulle esportazioni di petrolio, tentativi di strangolamento finanziario. È una guerra di resistenza, potenzialmente lunga, in cui la posta in gioco è la tenuta economica prima ancora che quella militare.
Resta però aperta la questione più importante: come si esce da una guerra impostata in questo modo? Rampini evidenzia che un semplice negoziato non basta. Serve una “architettura” politica che permetta anche alla leadership iraniana, indebolita e divisa, di giustificare un arretramento senza perdere completamente legittimità. Da qui l’ipotesi di accordi parziali, scambi di prigionieri o tregue temporanee, pensati non come concessioni ma come strumenti per rendere possibile una conclusione del conflitto.
In definitiva, l’articolo insiste su un punto: al di là degli esiti immediati, questa guerra potrebbe aver già prodotto un cambiamento più profondo. Gli Stati Uniti mostrano di non considerare più la propria superiorità militare come un limite da contenere, ma come uno strumento da usare apertamente, pur dentro una logica di controllo politico degli effetti. È questo, suggerisce Rampini, il vero segnale che Iran e Cina stanno già cercando di interpretare e a cui dovranno adattarsi.
Fonte: Corriere della Sera, Federico Rampini, “«Gestione dell’escalation» o «forza schiacciante subito»? Nel Golfo sta nascendo una nuova dottrina militare americana?”, 25 aprile 2026.
L'illustrazione utilizzata per questo articolo è generica e AI-generated; uso libero per finalità editoriali e commerciali.
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