L’editoriale “Advantage Iran” pubblicato su The Economist (28 marzo 2026) sostiene una tesi sorprendente: dopo un mese di bombardamenti, gli Stati Uniti non hanno ottenuto risultati strategici, mentre l’Iran, pur colpito duramente, si trova oggi in una posizione di vantaggio.
Il punto di partenza è l’incertezza della linea americana sotto Donald Trump. Minacce di bombardamenti contro infrastrutture civili, improvvisi dietrofront, aperture a negoziati e contemporanei segnali di escalation militare (come l’invio di truppe aviotrasportate) restituiscono un quadro caotico. Questa oscillazione, secondo il settimanale, non indebolisce Teheran: al contrario, contribuisce a rafforzarne la posizione.
Nonostante le perdite pesanti – dirigenti uccisi, infrastrutture militari distrutte, difese compromesse – il regime iraniano resiste. Ed è proprio questa sopravvivenza a costituire una forma di vittoria. Sul piano interno, la pressione esterna ha consolidato il controllo dei settori più duri del potere, come i Guardiani della Rivoluzione, mentre ogni opposizione è stata ridotta al silenzio.
Il vero punto di forza, però, è strategico: l’Iran ha dimostrato di poter esercitare un controllo decisivo sullo Stretto di Hormuz, un passaggio da cui transita circa un quinto dell’energia globale. Non si tratta solo di una minaccia teorica: la guerra ha mostrato concretamente quanto sia difficile per gli Stati Uniti riaprire quella rotta in caso di blocco. Qui emerge il senso dell’“asimmetria” del conflitto: missili, droni a basso costo e possibili mine navali permettono a una potenza regionale di mettere in difficoltà una superpotenza.
Anche sul piano regionale l’Iran conserva leve importanti. Gli Houthi nello Yemen possono influenzare il traffico nel Mar Rosso; gruppi sciiti in Iraq aumentano la pressione sugli interessi americani; Hezbollah potrebbe rafforzarsi in Libano nel contesto di un’escalation con Israele. Si tratta di una rete di attori che, pur indebolita, continua a offrire a Teheran capacità di pressione indiretta.
Nel frattempo, gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo appaiono vulnerabili e divisi: temono un Iran ferito ma più aggressivo, mentre le loro difese restano imperfette e le economie esposte alle minacce energetiche. Anche Israele, pur colpendo duramente, non elimina la minaccia: i missili iraniani continuano a penetrare le difese e il problema nucleare resta aperto.
Il nodo politico riguarda proprio l’assenza di un obiettivo chiaro da parte americana. L’editoriale sottolinea come la guerra sia stata avviata senza una strategia definita, e che i successi militari non si siano tradotti in risultati concreti. Anzi, il conflitto rischia di avere un costo crescente anche sul piano interno degli Stati Uniti, tra opinione pubblica contraria, prezzi dell’energia in aumento e tensioni nei rapporti con Israele.
A questo punto, le opzioni per Washington si riducono a due: escalation o negoziato. Un’ulteriore intensificazione militare – occupazione di territori, attacchi alle infrastrutture petrolifere – appare rischiosa e probabilmente inefficace, perché l’Iran potrebbe continuare a colpire con strumenti asimmetrici. Inoltre, un impegno più massiccio indebolirebbe la presenza americana in altre aree cruciali, come l’Asia.
Resta quindi la via diplomatica, considerata “meno peggiore”. Ma anche questa è resa più difficile dal contesto: la sfiducia iraniana, alimentata da precedenti negoziati usati come copertura per attacchi, e il rafforzamento delle componenti più radicali del regime riducono lo spazio per un accordo. Qualsiasi intesa futura, conclude l’editoriale, sarà probabilmente peggiore di quella che si sarebbe potuta raggiungere prima della guerra.
In sintesi, la tesi centrale è che la superiorità militare non si è tradotta in vantaggio politico. Al contrario, il conflitto ha reso evidente la capacità dell’Iran di resistere, infliggere costi e sfruttare le proprie leve strategiche. Per ora, dunque, l’iniziativa non è americana: il vantaggio è iraniano.
Fonte: The Economist, “Advantage Iran”, 28 marzo 2026
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